L'Arte
Il castello di Zena fu sottoposto nel 1973 ad un primo intervento di restauro. Fu allora che vennero rinvenuti numerosi affreschi risalenti a diverse epoche. In particolare in quella occasione furono restaurati sia gli affreschi che ricoprono la quasi totalità del grande salone, sia quelli collocati nell’adiacente sala e nel vano della grande scala. Inoltre furono restaurate le tre sale al piano terra, l’ultima delle quali ha visto di recente un intervento di completamento, insieme ad una quarta saletta, i cui begli affreschi sono stati restaurati nel corso del 2006.
I lavori di restauro del castello hanno avuto inizio nel 1973, quando si decise di iniziarli ripristinando il salone del primo piano, forse il più devastato dalle tante guerre che furono combattute nei dintorni. Infatti la stessa quarta ala del fortilizio era caduta nel corso delle grandi battaglie del ‘700.
All’epoca, il salone era totalmente sconnesso ed ondulato, il cotto recava ovunque i segni delle rotture inflittegli dalla soldataglia spaccando la legna….Gli affreschi, dei quali si aveva notizia, erano coperti da ragnatele e sedimenti di un tempo infinito. Dopo un primo assaggio, compiuto lavorando gli affreschi prima con acqua semplice e poi con fiele di bue, si decise di risistemare in primo luogo la copertura del soffitto, ciò che si rese possibile grazie all’aiuto di un uomo eccellente: Beniamino di Chero. A lui, alla sua devota semplicità e pazienza, oltre che alla sua grande perizia, il castello deve la rinnovata capacità di accogliere e di dare riparo, di collegare i sogni del passato alla realtà del presente, alle grandi iniziative del futuro.
Fu allora che si decise di affidare ad Assirto Coffani il restauro di quei primi affreschi. Egli era, con la sua squadra, il curatore dei dipinti che sulle mura del Palazzo Ducale di Mantova disegnano le favole di una delle più straordinarie meraviglie italiane, firmate dal Mantegna e dal Pollaiolo.
Come si può osservare visitando il salone, sul fondo della parete sud era in parte crollato il muro, tuttavia, avendo deciso di attenersi ad un restauro conservativo estremamente rigoroso, egli decise di non intervenire se non con una velatura. Essa avrebbe indicato le dimensioni originali dell’affresco di questa parete, rimasto intatto nella parte destra (a).
Coffani certificò che gli affreschi del salone erano attribuibili alla scuola dei Bibiena e furono eseguiti probabilmente all’epoca del Duca Ranuccio II, cosa questa che coincide con il tempo dell’amicizia tra la famiglia ducale e gli Anviti.
Proprio a Francesco Bibiena il Duca Ranuccio, che prediligeva la residenza e l’ambiente piacentino, aveva affidato, secondo Zanotti, la decorazione di alcuni ambienti e forse di una cappella.
E’ certo che tra lo stemma dipinto da Francesco nel Palazzo Farnese nel 1682 e quello che compare sul grande camino di Zena si manifesta una considerevole convergenza stilistica (b).
Grande emozione destò la scoperta dell’affresco centrale della parete sud, quando apparve un liocorno intento a bere ad un piccolo lago, sullo sfondo di una città turrita (c).
E’ noto che nel Medioevo il liocorno era considerato simbolo di potenza e di purezza. In Cina, per esempio, esso era l’emblema reale e gli si attribuiva il potere di castigare i colpevoli e di colpirli con il suo corno.
Se nel fortilizio di Zena abitarono Templari appartenenti ad un ordine ospitaliero, come fa supporre l’affresco che compare sulla facciata interna del giardino, diventa possibile leggere in questo segno il simbolismo di una freccia spirituale, di incarnazione del Verbo, e interpretare il suo mito come fascino che la purezza continua ad esercitare su ogni uomo (d).
Coffani affrontò quindi il restauro degli affreschi che compaiono nella stanza adiacente alla scala, sempre al primo piano. Essi erano stati scoperti quando, caduta l’ala sud del castello che conteneva lo scalone d’onore, si dovette creare un’altra scala tramezzando una grande camera dal soffitto a vele.
Dall’una e dall’altra parte di questi muri intonacati comparvero allora alcune pitture più antiche, raffiguranti guerrieri dagli strani copricapi orientali, sullo sfondo di palazzi e mura di città (e, f).
Benché gli affreschi fossero incompleti – una porta aveva dovuto essere aperta per dare accesso alla scala – si rispettò l’autenticità delle dimensioni in cui furono ritrovati, intervenendo nelle loro parti mancanti soltanto con il tratteggio suggerito dal restauro conservativo.
Sulle pareti dello scalone, edificato con ogni probabilità alla fine del ‘700, comparvero due figure di grandi dimensioni, l’una raffigurante un Apollo nell’atto di suonare la lira (g), l’altra, femminile, affrescata nell’apprestarsi a muovere un passo di danza (h).
Quanto alle prime due sale del piano terreno, non fu necessario che rinfrescare i fondi, dato il loro ottimo stato di conservazione.
La prima sala è decorata da affreschi monocromatici su un fondo con una dominante verde/azzurra, che rappresentano scene di carattere bucolico (i).
Gli affreschi della seconda sala invece, sempre monocromatici, ma questa volta su un fondo tendente al rosso, rappresentano gruppi di personaggi in abiti orientali (l).
Particolarmente apprezzabile in questi affreschi la plasticità delle figure, evidenziata attraverso la ricchezza e la movimentazione delle vesti ritratte (m).
La terza, invece, oggi denominata “Stanza della Bandiera” presentava un gravissimo degrado nella decorazione a fogliame delle pareti, pertanto allora non fu possibile salvare altro che le bellissime sovraporte, del tutto simili a quelle del castello di Fontanellato, somiglianza presumibilmente attribuibile alla parentela tra i conti Rossi di Zena e i Sanvitale di Fontanellato (n).
Solo più di recente si è potuto provvedere al restauro anche di quelle pareti più degradate (o).
Ad un pittore di Chiese, l’ottimo e indimenticabile Antonio Albesiano, da lunghi anni esperto soprattutto in restauri di luoghi ottocenteschi, venne affidato invece il compito di rinnovare le camere che, appunto nell’800, furono rese indipendenti tra loro attraverso la creazione di un lungo corridoio.
Anche qui non furono necessari che leggeri e delicati lavori di pulizia dei fondi, lasciando tuttavia emergere alla luce – sulla parete nord del corridoio – un “testimone” della primitiva intenzione seicentesca (p).
Il signor Albesiano creò poi “le grottesche” del bagno che, sul fondo del corridoio, apre il suo occhio di quadrifoglio sulla luce dei prati.
Un delizioso mélange di fantasia e di irriverenza, un’apertura improvvisa sulla poetica libertà dell’inventare (q).
Nel 2006 infine un intervento di restauro molto accurato, realizzato da Arianna Rastelli con la supervisione della Soprintendenza per i Beni Artistici di Parma, ha permesso di riportare alla luce i gradevolissimi affreschi della quarta saletta del piano terreno (r,s).
















