La Storia

Il compendio del castello di Zena nel catasto napoleonico (inizi 1800)

Non si conosce la data della fondazione del castello di Zena, benché sia probabile che parti della cantina risalgano all’epoca romana.

Le prime notizie sulle sue vicende storiche risalgono al XIII secolo e da allora esso è passato attraverso molti avvenimenti e diverse proprietà, fino a quella attuale (famiglia Perotti), che risale alla metà dell’800.

Gli ultimi parziali interventi di restauro vengono realizzati all’inizio degli anni ‘70, dopodiché si giunge all’attuale progetto di riuso generale, avviato, per conto della proprietà, dalla società VIVECA Srl.

Planimetria del castello di Zena del 1701 su misure del 1591

Le prime notizie relative alle vicende storiche del castello di Zena, sulle quali sono imminenti nuovi approfondimenti (documenti d’archivio e cronache piacentine), risalgono al 1216.
In questo anno risulta che, durante una marcia di avvicinamento a Pontenure, fanti e cavalieri distrussero il castello o parte di esso.
A questo fatto potrebbe essere ricondotto il ritrovamento in alcuni ambienti di affreschi bruciati risalenti a quel periodo.
Si ha poi notizia di una guerra condotta dalla Chiesa contro i Visconti nel 1373, anno in cui il castello venne conquistato da Francesco Confalonieri.

Planimetria del castello di Zena del 1701 su misure del 1591

Costui scacciò il precedente proprietario Leonardo Dolzani, al quale era stato donato dal Duca di Milano.
Altri riferimenti certi sono il 1494, quando, dopo altri cambiamenti di proprietà, il castello fu acquistato da Francesco Sforza di Santa Fiora, ed il 1531, quando divenne residenza di Costanza del Carretto (Madama la Grande), vedova di Galeazzo Sanseverino.
Da lei il maniero passò al nipote Gilberto Sanvitale, il quale, come ricordano documenti d’archivio, vi entrò “levando e abasciando il ponte levatoio e la ponticella di detto castello, aprendo e chiudendo le porte del fortilizio stesso e camminando in esso”.

Planimetria del castello di Zena del castello su misure del 1591

Il ponte levatoio fu poi sostituito con un manufatto fisso e sostenuto da arcate alla fine del ‘700.
Nel 1702 il duca Francesco Farnese donò il feudo di Zena ai fratelli Pier Francesco e Giuseppe Anviti.
Ciò avvenne perchè Pier Francesco aveva esercitato con competenza e fedeltà l’incarico di segretario presso diversi principi di Casa Farnese, seguendoli in diverse corti europee, mentre Giuseppe aveva magistralmente ordinato e diretto l’archivio pubblico e segreto della Camera Ducale.

Planimetria del castello di Zena del 1701 su misure del 1591

L’ultimo maschio della famiglia Anviti fu il conte Luigi, colonnello dell’esercito di Carlo III di Borbone, che dopo l’annessione dei ducati di Parma e Piacenza allo Stato Piemontese fu arrestato, incarcerato e poi linciato dalla folla inferocita.
Fu un episodio terribile che suscitò l’ira di Massimo D’Azeglio, il quale ebbe dure parole nei confronti dei responsabili di questo delitto di Stato.

Evidenziato in rosso lo stato attuale

Il castello passò alla famiglia degli attuali proprietari verso la metà dell’800, attraverso il parmigiano Luigi Allegri.
Gli ultimi interventi di restauro, curati dagli attuali proprietari, la famiglia Perotti, risalgono all’inizio degli anni Settanta.

Per saperne di più

Di Zena si è parlato in cronache molto remote.
Nel 1187 il nome di Zena appare legato alla vendita che i consoli effettuarono agli uomini del plebato di S. Antonio Prospero, di Zena, cedendo la ragione di un canale d’acqua derivante dal fiume Trebbia ad uso di un mulino fabbricato presso la pieve dell’Arciprete.
Legato ormai al castello, il nome di Zena compare nei documenti d’archivio e nelle cronache piacentine, quando nel 1216 i fanti e i cavalieri cremonesi lo devastarono durante la marcia verso Pontenure.
Di tale devastazione sono state trovate tracce d’incendio nel 1976, nel corso dei restauri.
E’ nel 1373 che compare a Zena Francesco Confalonieri, Capitano della Chiesa, pronipote di quell’Arduino, che fu tra i firmatari della pace di Costanza, figlio forse di quel Corrado che, dopo essere stato uomo d’arme, entrò nell’ordine francescano e divenne santo.

In quell’anno egli armò infatti molti villani e occupò il castello tenendolo per il Vescovo, scacciando Leonardo Dolzani, che vi si era fortificato in nome del Duca di Milano (Locati, cronologia piacentina, pag.68).
Il dottor Donelli, citando ancora la “Storia civile” dello Scarabelli, afferma che “le genti del Malvicino, quelle del Cardinale, tutti i villani e feudatari e le altre dell’Acuti, distrussero case, rapirono sostanze, schiantarono viti…. uccidevano i ricchi per poterli spogliare e sì malamente li trattavano nelle carceri che pochi di essi campavano com’erano rilasciati. Da cinque o sei castelli si facevano gli agguati, in specie da Olgese, Gropparello, Valconasso e Zena. Guai chi vi era tratto, o amico o nemico, dappertutto sangue, imprecazioni, minacce”.
Un quadro davvero raccapricciante, quello delle antiche prigioni.
Potere e violenza erano quasi sempre associati, nutriti dalla persuasione che l’azione deterrente fosse la più efficace garanzia di pace. La presenza delle prigioni, nel fortilizio di Zena, e del famigerato “pozzo del taglio” in cui i prigionieri venivano precipitati squarciandosi trafitti dalle alabarde, è di tutto ciò esempio emblematico.

Nella seconda metà del quattrocento ne era proprietario il parmigiano Morello Scolari, e fu suo figlio Traiano a venderlo al conte Francesco Sforza di Bosio di Santa Fiora (1494). Alla sua morte, in mancanza di eredi maschi, il fortilizio passava, quale bene dotale, alla moglie, Orsina Torelli di Montechiarugolo e quindi, per vendita, a Costanza del Carretto, vedova di Galeazzo Sanseverino, nota come “Madama la Grande”.
Alla sua morte, nel 1562, il castello veniva ereditato dal nipote Gilberto Sanvitale, conte di Sala, figlio naturale di Caterina del Carretto.
Egli entrò nel castello di Zena “levando e abascinando il ponte levatoio e la ponticella del detto castello, aprendo e chiudendo le porte del fortilizio stesso e camminando in esso”.
Quindi si portò fuori, nei campi tenuti da vari massari, e di fronte ai testimoni accettò il possesso “suscipiendo in gremio de terra sol erbe radicibusque erbarum et foliis harborum in dicto campo”. La cerimonia si ripeté in ogni campo; “in quello delli filagli, del roncho, prativi o meno con stalle e cascine”.

Il 29 luglio 1702, il duca Francesco Farnese, investendo feudalmente il luogo con il titolo di contea, lo donò ai fratelli Pier Francesco e Giuseppe Anviti per avere, il primo, esercitato con competenza e fedeltà l’incarico di segretario presso diversi Principi di Casa Farnese seguendoli per varie Corti Europee, e per aver, il secondo, diretto e riordinato magistralmente l’archivio pubblico e segreto della Camera Ducale.
Si spiega così anche la particolare bellezza degli affreschi che decorano le varie sale del castello, certo dovuta al desiderio degli Anviti di ricevere in modo onorevole i Principi di casa Farnese, i quali lo frequentarono, infatti, anche come casa di caccia.
Purtroppo la famiglia Anviti, che si distinse in fatti d’arme oltre che in attività diplomatiche, conobbe verso la propria estinzione anche un fatto di notevole gravità.

Luigi Anviti, figlio del conte Eduardo, nacque a Piacenza nel 1810 e fu quello che oggi si direbbe un giovane “assai difficile”, tanto che Donelli lo descrisse “vantatore, millantatore, tutto prepotenze e stravaganze” così che su di lui “si raccolsero gli scherni prima, la disistima e poi il furore dei Parmigiani”.
Tenente colonnello dell’esercito di Carlo III di Borbone, egli si trovò al comando delle truppe parmensi proprio quando i Ducati di Parma e Piacenza vennero annessi allo stato Piemontese.
Egli fu allora vittima di un agguato, ma colui che, senza ucciderlo, gli sparò alle spalle un colpo di pistola, riuscì a riparare all’estero mentre furono ingiustamente condannati alla fucilazione certi Andrea Carini e Francesco Panizza.
Questo fatto gli scatenò contro l’odio dei Parmigiani, che giunsero non solo a picchiarlo ferocemente, ma a trascinarlo poi per le vie di Parma, legato con una corda fino al caffè degli Svizzeri, dove con una daga gli mozzarono il capo.

Fu un fatto così barbaro da suscitare le critiche dello stesso Governo Provvisorio, e lo stesso Massimo d’Azeglio ebbe a dire dure parole nei riguardi dei responsabili di questo delitto di Stato.
Dopo un breve passaggio del fortilizio alla famiglia di Francesco Parolini, governatore di Piacenza e membro del Supremo Consiglio di Giustizia, il castello venne acquistato dalla famiglia Allegri, di origine parmense, da Luigi trasmesso alla figlia Enedina Badanelli-Donati, e da questa, ancora in linea materna, alla figlia Mercedes.
I tre fratelli di quest’ultima – Mario, Guido ed Enzo – erano infatti mancati in guerra o per cause di guerra.
Fu il figlio di Mercedes, Gian Mario Perotti, a curarne con molto amore il restauro negli anni ’70, restauro tuttora in corso e rivolto ai fabbricati adiacenti, grazie all’opera di suo figlio Emanuele.